You're in: MEDIA | JERNEJ FORBICI | INTERVIEW

JERNEJ FORBICI | INTERVIEW

(Only in Italian)

Jernej Forbici è ormai un artista noto e stimato nel mondo, e un ospite fisso della Galleria Punto sull’Arte di Sofia Macchi. Nato a Maribor, in Slovenia, nel 1980, laureato con lode in pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia, che nel 2009 gli ha dedicato una retrospettiva ai Magazzini del Sale, ha vinto tre anni dopo una borsa di studio del Ministero per la Cultura sloveno che gli ha consentito un soggiorno a Londra per lo studio dei grandi maestri inglesi e del mutare del paesaggio dopo la rivoluzione industriale. Oggi Forbici vive e lavora tra Kidricevo e Ptuj, in Slovenia, e Vicenza, e i suoi lavori sono accolti in personali e collettive in diversi Paesi del mondo e in numerose raccolte private. Lo abbiamo raggiunto a Vicenza prima della sua prossima partenza per gli Stati Uniti, dove sarà protagonista di una importante mostra a New York, nel West Broadway.

MC: Lei usa la pittura come una forma di denuncia contro la devastazione dell’ambiente: cosa pensa del cambiamento climatico e qual è il compito di un artista per dare una mano a chi difende la natura?

JF:«Posso dire che il mio lavoro è, in un certo senso, autobiografico. Sono cresciuto in un piccolo paese circondato da ben tre discariche di rifiuti industriali e una grande fabbrica. Così è logico che il mio lavoro abbia una nota ecologista, che però si sviluppa anche nelle domande sulla nostra stessa esistenza, memoria…e oggi è anche legato al tanto discusso e presente argomento del cambiamento climatico. Il mio lavoro però tratta per lo più i problemi dell’ignoranza del “capitale” e il suo menefreghismo nei confronti della Terra e del paesaggio, visto come una risorsa “usa e getta”. Voglio semplicemente far vedere l’altra parte della medaglia, rinfaccio i vecchi e nuovi peccati che tutti vorrebbero nascondere sotto il tappeto, e mostrare nei quadri cosa succederà se li lasciano lì. Purtroppo per la maggior parte sono ancora lì, non succede un granché, e così negli anni sto accumulando un forte pessimismo, che si noterà nel nuovo lavoro che sto preparando.

La pittura è, ed è stata, il primo e unico medium non solo scelto, ma cercato, letto e interpretato. L’unico che mi permette di dare voce, attraverso il semplice colore, la materia e la forma (il quadro, a quel senso di fastidio, di dolore, di offesa e rabbia che nascono dal profondo turbamento della natura rispetto alla modernità».

FORBICI JERNEJ, Pile of Garbage I, 2019, Acrilico e tempera su tela, 206x160 cm

 MC: Come nasce dentro di lei l’idea di un quadro? Viene prima il pensiero o l’immagine?

JF: «Dipende, in realtà è un mix. Se sto lavorando a un progetto (mostra) ogni opera ha il compito di trattare un singolo argomento. Così parto, prima con il pensiero, al quale subito “attacco” un’immagine, che però durante il lavoro può anche cambiare e iniziare a trattare un altro argomento del progetto. Mi piace vedere ogni mostra personale come un libro, e ogni opera come un capitolo, che insieme raccontano la storia di un luogo o un periodo. Purtroppo, negli ultimi anni, c’è sempre meno tempo per lasciarsi andare e partire dalla tela bianca senza pensieri. E poi perché è dall’inizio che mi dedico anche alla fotografia cercando gli scatti. Quelli rimangono per sempre nella memoria, così quando ho bisogno di un’immagine per trattare un pensiero, spesso mi basta “sfogliare” la memoria visiva».  

MC: Come si trova in Italia? Com’è la vita in provincia in una città d’arte come Vicenza?

JF: «In Italia mi trovo bene, anche se non nascondo che mi piace viaggiare, e in un certo modo mettermi sempre e in costante in relazione con le cose, le persone e l’esterno.

La citta di Vicenza è sì nota per l’arte, ma a dire la verità negli ultimi tempi poche sono le realtà che operano con costanza nell’arte contemporanea. Negli ultimi tempi fortunatamente qualcosa sta cambiando. La vita a Vicenza scorre tranquilla tra le colline, i campi e le realtà urbane, a un passo dal mare e dalla montagna. È ciò di cui ho bisogno per potermi concentrare sul mio lavoro, per poter riflettere lontano dalla frenesia».

MC: Pensa che in Italia, Paese di grandi tradizioni artistiche, si possa fare di più per la cultura?

JF: «Sicuramente sì. Ma c’è un problema. Si dovrebbe capire quanto prima e con urgenza che per Italia la cultura è oggi l’unico vero mezzo per evolversi, per crescere e soprattutto mettersi in relazione con il mondo».

MC: Quali sono le sue passioni al di là della pittura? Musica? Cinema? Lettura? Sport?

JF: «Avevo tante passioni, sono sempre stato quello che doveva provare tutto. Dalla musica allo sport, alla fotografia, periodi di cinema e molto altro. Però quando ho scoperto l’arte mi sono dedicato interamente a essa. Al primo posto ho messo dunque l’arte (in particolare la pittura, la fotografia che a volte dialoga con l’installazione e la progettazione) legata alla natura, all’ecologia e tante altre attività e passioni come il camminare e il viaggiare, che mi portano alla realizzazione delle opere. Già all’Accademia di Venezia ero il primo ragazzo che bussava la porta di mattina e veniva “cacciato fuori” per ultimo la sera. Poi, negli anni, prima insieme a mio padre, poi insieme a mia moglie, ho avviato e portato avanti un grande progetto culturale in Slovenia, che ci vede per altro molto coinvolti durante l’anno. Da quando è nato nostro figlio sto, piano piano, riscoprendo mentre cresce, le mie vecchie passioni (fare e ascoltare musica, il piacere di leggere un buon libro o di “costruirlo” insieme, di fare sport all’aria aperta) e con grande gioia condividerle con lui».

Jernej Forbici, Hole, 2019, acrilico e tempera su tela, 80x146cm, archivio FORBICI 147.JPG

MC: Lei terrà una importante mostra a New York nel West Broadway il prossimo ottobre. Tutto è nato da casualità: lei crede nel caso, oppure pensa che tutto sia già scritto nel nostro destino?

JF: «Penso di poter dire, sulla base delle mie esperienze personali, che molte buone opportunità e progetti nascono dal caso, come appunto questa mostra frutto di un incontro tra Sofia Macchi e il gallerista newyorkese. Sono stato cresciuto con il pensiero che, se uno lavora sodo, i risultati prima o poi arrivano. E che per ogni cosa ci vuole il suo tempo. Poi è vero ci sono anche le scorciatoie, che però quasi sempre si dimostrano strade senza via d’uscita. Il mondo dell’arte e il suo sistema funzionano nello stesso modo da secoli. Le nuove tecnologie e i media stanno cambiando un po’ le cose, però è difficile aspettarsi grandi rivoluzioni, perché per fare “vera arte” ci vuole tempo. E tanto impegno».

MC: Oggi esistono ancora i mecenati in grado di sostenere un artista valido come era il ruolo dei nobili in passato?

JF: «Sicuramente sì, ed è importante per me poter contare sul mecenatismo, di cui resistono alcune interessanti “militanze” in Italia e per lo più all’estero, e penso per esempio ad alcuni miei collezionisti tedeschi e sloveni. Vedo il ruolo di mecenate come mutato e mutevole rispetto ai canoni convenzionali storici». 

MC: Ha mai avuto aiuto in questo senso?

JF: «Più che un aiuto, è stata una sfida continua. Mi spiego. Sin dai primi anni della mia carriera artistica ho potuto contare su alcune persone che hanno creduto in me e mi hanno dato la possibilità di sviluppare progetti e idee, e di presentare il mio lavoro. E un grazie va anche ad alcune istituzioni e gallerie che, consapevoli del loro stesso ruolo, mi sostengono».

MC: Qual è il cammino dell’arte oggi? Il figurativo ha ancora una valenza o un futuro?

JF: «Credo che il cammino dell’arte oggi sia da rileggere come un viaggio fatto per lo più di “arrivi” e “partenze” e di mille avventure diverse tra loro. È un cammino alle volte difficile, ma che può regalare ancora tante soddisfazioni e far diventare l’arte un nodo centrale nella cultura e nell’evoluzione dell’uomo. Non so dire se il figurativo abbia ancora una valenza o un futuro. Ne hanno proclamato la morte molte volte, ma ha sempre resistito, ed è rimasto unico protagonista con vera costanza. In Italia, senza ombra di dubbio, è ancora molto presente, se non solo come forma o genere, almeno come elemento di ricerca costante di un processo creativo. Esistono diverse e nuove tendenze in pittura, e molteplici sono gli esiti nella ricerca contemporanea. Credo che il futuro sia a metà, tra genius loci, tradizione e sviluppo, e la nascita di nuove espressioni che, partendo dal figurativo, aprono a nuove prospettive, a volte anche influenzate o frutto della cultura globalizzata o autoctona».

 Mario Chiodetti

 

Published on 01/09/2019

Tag: INTERVISTA, JERNEJ FORBICI, Pittura