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CLAUDIA GIRAUDO | INTERVISTA

TORINO – La pittura come regola e ragione di vita, la via di fuga dal mondo e il mattone per costruire la propria roccaforte inespugnabile, in cui creare liberamente e inseguire un sogno fatto di volti e di colori, di immagini simboliche a volte misteriose. Claudia Giraudo, torinese, 46 anni, ha scelto di essere pittrice e di vivere in solitudine dialogando con sé stessa e la sua parte onirica, regalando a chi osserva visi di bambina e corpi di animali, in un gioco di continui rimandi che indicano il difficile e inquieto percorso dell’infanzia.

Dopo la laurea con 110 e lode all’Accademia Albertina di Torino, Claudia Giraudo si è formata con lo studio delle opere dei maestri Rinascimentali e Nordeuropei, di cui si trova traccia nella scelta dei soggetti, ma non ha mai abbandonato il suo personalissimo stile, frutto di una profonda analisi interiore.

MC: Da dove nasce la passione per la pittura? Precedenti in famiglia?

CG:«La mia famiglia non ha mai avuto velleità artistiche; unica eccezione, mia madre, che però ci si è dedicata in modo amatoriale, per poi smettere completamente. Tanto mi è bastato per sentire “il profumo della pittura” ed esserne irrimediabilmente attratta. Ancora oggi, il profumo dell’olio di lino mi porta in quel momento raro e particolarissimo della mia infanzia, di felicità assoluta. Questo mi ha fatto sentire per molto tempo un po’ estranea alle persone con cui avevo un legame di sangue. Non è facile capire la nostra provenienza e le nostre radici, comunque nulla accade a caso su questo pianeta: sono convinta che sia soggetto anch’esso alle leggi Universali, come per tutto».

MC: Quando ha capito che la sua strada sarebbe stata quella di un’artista?

CG:«Quando ho provato in tutti i modi a vivere la vita di una persona normale, e non c’è stato verso di riuscirci. Dopo essermi laureata molto bene all’Accademia Albertina, ho avuto un periodo che io chiamo la mia “notte buia dell’anima” e ha rappresentato un reset totale nella mia vita. Per circa sei anni non ho potuto dipingere. Ho sofferto così tanto che quella sofferenza si è trasformata nella pittura come bisogno vitale. Intendo proprio come mangiare e dormire. Una cosa mi fu molto chiara: noi non decidiamo di avere sonno o di avere fame, i bisogni primari ci investono senza che possiamo essere noi a decidere quando. È qualcosa fuori dal nostro controllo. Dunque, dipingere è stato per me un bisogno primario, come dormire e mangiare, e come tale è emerso spontaneamente, e direi in modo prepotente: capivo di non avere molta scelta. Il messaggio è stato chiaro; se non avessi assecondato questo sacro bisogno, una parte di me sarebbe morta».

MC: Come ha vissuto il periodo di chiusura per la pandemia?

CG:«Ho passato la quarantena a casa di mio padre di 82 anni per assisterlo. Ho dipinto molto meno, e per me che sono abituata ad andare in studio tutti i giorni, questo fermo è stato un patimento in più. È stata dura, per tutti. Direi che la parola giusta è surreale, ma anche profondamente trasformativa. Credo che questo isolamento per me sia stato fonte di introspezione, nei pochi momenti in cui mi sono fermata. Intendo dire che se ci interessa guardare in termini evolutivi, dobbiamo sempre domandarci qual è il messaggio nascosto ma che c’è. C’è sempre. Mentre sei dentro al tuo tsunami personale è davvero difficile riuscire a vederlo. Occorre uscire dall’illusione collettiva, l’indicazione è che è tempo di cambiare. La libellula di un mio dipinto ci insegna la saggezza della trasformazione e dell’adattabilità nella vita, elementi importanti nei ritmi frenetici e impazziti dei nostri giorni. Ciò che la rende realmente ispiratrice, è la sua volontà di produrre cambiamento, di spazzare via incrostazioni e aria pesante e, di conseguenza, immettere freschezza ed energie nuove. Proprio come la libellula cambia i colori mentre matura, ogni persona potrebbe essere chiamata a vivere e sperimentare sé stessa in modo diverso».

MC: Nella sua pittura il sogno si mescola alla realtà, c’è un rimando al Realismo magico?

CG:«La mia ricerca combacia su due livelli al Realismo magico: da un lato, la grande influenza pittorica rinascimentale e dei maestri italiani, che crea un contesto di grande realismo; contemporaneamente utilizzo e creo un contesto e situazioni che raffigurano una visione della realtà sospesa nel mondo onirico. Attingo al mio mondo interiore, forse per un senso di disillusione verso una certa realtà contemporanea, e tendo quasi a evadere dalla realtà. Il Realismo magico cerca lo stupore, la meraviglia, di trovare sensazioni che scavalchino il mondo ordinario per crearne di nuovi e imprevedibili, anche per me stessa. I romanzi appartenenti al Realismo magico spaziano dalla presenza di un elemento magico o sovrannaturale – intuìto e mai spiegato –, alla ricchezza di dettagli sensoriali, distorsioni temporali, inversione di causa ed effetto».

MC: L’inquietudine dell’infanzia presente nei suoi quadri è stata anche la sua? Nelle bambine che lei ritrae c’è anche la bambina che è stata? Quanto c’è di vissuto personale nella sua opera?

CG:«Come molti della mia generazione, ho avuto un’infanzia in cui la presenza-assenza dei genitori era all’ordine del giorno e considerata cosa normale. Non si dovevano avere troppe pretese, e ricordo di aver abbassato qualsiasi aspettativa sulle mancanze per non sentire il dolore. Dunque per tornare alla sua domanda, sì assolutamente sì. La pittura mi ha fatto da mamma, da papà, amica, baby sitter, compagna di avventure e anche figlia. Mi ha insegnato più cose di qualsiasi scuola o genitore. Sarò sempre grata alla vita per avermi concesso questo dono, che mi ha fatto sperimentare l’amore incondizionato, il sacrificio estremo e il coraggio di difendere quello che ami, anche se hai tutto il mondo contro di te. Questa è stata la mia iniziazione, che continua a forgiarmi ancora oggi con ferri incandescenti. Rifletto spesso su quanto sia magico quel tempo dal sapore dolce-amaro che ho vissuto tra infanzia e l’adolescenza. Proprio nell’istante in cui siamo consci del nostro io, percepiamo con dolore il senso di separatezza dal resto del mondo, in cui una sorta di premonizione melanconica passa proprio dallo sguardo. Quello è l’attimo preciso di vuoto che inseguo, e cerco di catturare nei miei quadri e fissarlo per sempre».

MC: Nell’osservare le figure dei quadri affiora talvolta un senso di spaesamento, non è facile trovare la chiave del mistero.

CG:«Confesso che nemmeno a me è concesso di avere tutte le chiavi di accesso ai portali di ciò che io stessa dipingo. So che ad alcune persone potrà sembrare assurdo, ma è la verità. Ho un approccio a vari livelli alla pittura, che variano notevolmente nella fase di creazione, di idea. Lì devo lasciare libero sfogo a tutta la mia follia da un lato (emisfero destro) e dall’altro a un’attitudine da ricercatore, quasi un approccio “scientifico” allo studio (emisfero sinistro). Il mistero è ciò che ci spinge a ricercare un senso in questa vita, e a me piace seguire strade non convenzionali, amo le voci fuori dal coro. Indagare, cercare, come Mercurio che incarna perfettamente l’archetipo dell’adolescente e soprattutto del Cercatore. Il Cercatore è quella parte di noi lucida e razionale che cerca risposte anche a costo di attraversare esperienze complesse e complicate. Il risultato è una serie di ritratti androgini, figure colte nella loro bellezza eterea e primordiale, quando maschile e femminile non hanno preso forma, prima che l’età costringa a una scelta di genere, perfette e autosufficienti nella loro duplicità, in cui l’unità degli opposti garantisce la felicità, e la separazione non avvenuta delle anime e dei corpi non ha innestato dolore per la perdita e nostalgia della propria metà».

MC: Gli animali, nelle sue opere, sono interpreti al pari delle figure umane. Sono una sorta di spiriti guida.

CG:«Andando in profondità, vedo che la grande solitudine che ha caratterizzato la mia infanzia ha trovato conforto e compagnia nella pittura e negli animali esotici, che vedevo solo su riviste specializzate e documentari. Nessuno degli animali da me dipinti è stato visto da me nel mondo reale, e credo sia per questo che anche se dipingo animali non sono stata attratta verso la wild-life proprio perché troppo “reale”! Insomma sono come Emilio Salgari, peraltro anche lui torinese, quando creava le sue avventure nell’India popolata da tigri e maharaja. Gli animali sono entrati nella mia vita di bambina, e quando mi hanno trovato non mi hanno più lasciata. Il filone sul concetto di daimon è nato dopo la lettura di un libro che per me è stato fondamentale: “I codici dell’anima”, di James Hillman.  “Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, ci dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti. È il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino”, vi si legge. Il daimon incarna ciò che in noi è ineludibile e ineffabile, è un emblema teleologico che elargisce significanza, identità, unicità e potere all’individuo. È un principio vitale che compare in molte antiche culture del nostro passato, un essere che appartiene alla sfera del mito, scompagina la sistematicità della nostra esistenza e graffia la superficie delle cose per svelarne il senso recondito. Ogni essere, per ananke (necessità), ha un percorso da compiere dove “tutti gli eventi formano un’unità e sono per così dire intessuti insieme” (Plotino), e sceglie un paradeigma, cioè un modello, un’immagine di vita. A ogni anima, secondo il mito platonico, Lachesi affiancava un daimon, “perché le facesse da guardiano durante la vita e adempisse il destino da lei scelto”».

MC: Quali sono i maestri a cui si ispira?

CG:«Nel periodo dell’Accademia ho guardato ai grandi delle Avanguardie del primo Novecento, Picasso, Kandinsky, Schiele, Modigliani, e osservo tuttora i maestri del Rinascimento Italiano e Fiammingo. Per quanto riguarda i contemporanei, cito Casorati, Massimo Rao, Donghi, Lopez Garcia, e poi gli amatissimi Lavinia Fontana e Sofonisba Anguissola, Joshua-Reynolds e George Clausen. Diceva Edward Hopper: “Nell’evoluzione di tutti gli artisti, il germe delle opere successive è sempre contenuto nelle prime. Il nucleo intorno al quale l’intelletto dell’artista costruisce la propria opera è il suo Io. L’unica influenza che io abbia mai avuto sono io stesso”».

MC: Come prepara un quadro? Qual è il suo modo di lavorare

CG:«Sono partita dalla tecnica quattrocentesca con velature a olio. Prima di tutto stendo a pennello una preparazione a gesso sulle tele, non dipingo mai sulla tela cruda. Solitamente è una base di grigi tonali caldi e/o freddi che mi permette di avere un fondo uniforme ma più vibrante, perché guardando poi le tele dal vero si intravedono le pennellate. Uso tele di lino realizzate appositamente per me da artigiani di fiducia. Successivamente preparo un abbozzo, facendo un disegno con matite acquerellabili e acrilico. Lavoro finché non ottengo un disegno molto definito dal quale riesco già a intuire se i rapporti tonali e compositivi funzionano. A questo punto inizio a dipingere stratificando colori a olio. Solo quando il dipinto è terminato e asciutto creo delle velature finali in trasparenza, con le quali riesco a esaltare la profondità e l’intensità dei colori. Questo lavoro di stratificazione è fondamentale per me, perché mi permette di ottenere tonalità molto vivide, soprattutto negli incarnati».

MC: Qual è il cammino dell’arte oggi? Il figurativo ha ancora una valenza o un futuro?

CG:«Credo che il cammino dell’arte oggi sia da rileggere come un viaggio fatto per lo più di “arrivi” e “partenze” e di mille avventure diverse tra loro. È un cammino alle volte difficile, ma che può regalare ancora tante soddisfazioni e far diventare l’arte un nodo centrale nella cultura e nell’evoluzione dell’uomo. Non so dire se il figurativo abbia ancora una valenza o un futuro. Ne hanno proclamato la morte molte volte, ma ha sempre resistito, ed è rimasto unico protagonista con vera costanza. In Italia, senza ombra di dubbio, è ancora molto presente, se non solo come forma o genere, almeno come elemento di ricerca costante di un processo creativo. Esistono diverse e nuove tendenze in pittura, e molteplici sono gli esiti nella ricerca contemporanea. Credo che il futuro sia a metà, tra genius loci, tradizione e sviluppo, e la nascita di nuove espressioni che, partendo dal figurativo, aprono a nuove prospettive, a volte anche influenzate o frutto della cultura globalizzata o autoctona».

MC: Ha orari particolari in cui dipingere?

CG:«Direi di no. Le giornate in studio sono sempre piene e mi organizzo il lavoro perché ci sono tutti i tempi di asciugatura da calcolare. Dipingo in qualsiasi orario, ma ho un debole per la notte, quando tutti dormono, la città si fa silente, riesco ad arrivare a livelli di concentrazione molto alti. È come se ci fosse silenzio anche nell’etere e dunque per la pittura è una benedizione». 

MC: Ha alte passioni oltre alla pittura?

CG:«Sì, ma pensandoci bene ruotano tutte attorno a lei come satelliti. Il mio percorso spirituale, il cinema d’essai, i libri, l’astrologia evolutiva ma anche la cucina ruspante. Camminare nella natura dopo che è piovuto. Il mio ovetto strapazzato del mattino. Le pesche bianche di vigna. Il profumo dell’olio di lino».

Mario Chiodetti

Pubblicato il 09/07/2020

Tag: arte, CLAUDIA GIRAUDO, Interview, INTERVISTA, Pittura