ArtsLife | Silvia Levenson
Un viaggio nei sentimenti. L’arte del vetro di Silvia Levenson, intervista
di Carlo Madesani, 16/11/2024
Incontriamo Silvia Levenson nella sua abitazione/studio a Lesa sul lago Maggiore, provincia di Novara. Lo studio è ricavato da una dismissione di una grande cartiera, frazionata e trasformata in alcune unità immobiliari. Sul fianco scorre un piccolo torrente, intorno fitta vegetazione boschiva, strada privata senza uscita, vista lago.
Silvia, sei nata a Buenos Aires nel 1957, cosa è successo perché hai deciso di venire in Italia?
Nel 1976 c’è stato un colpo di stato militare in Argentina che finì con la sparizione di 30.000 persone. Noi diciamo “desaparecidos” perché all’inizio i militari negavano la loro esistenza ma sono stati uccisi dopo essere stati torturarti in campi di concentramento clandestini. Il mio ex marito ed io eravamo militanti di sinistra e come tantissimi argentini siamo stati perseguitati. Nel ’78 un gruppo paramilitare è venuto a prenderci a casa dei miei suoceri che era il nostro indirizzo formale, fortunatamente non abitavamo lì. In quegli anni due dei miei cugini sono stati uccisi e la loro mamma, mia zia Elsa Rabinovich de Levenson è stata buttata da un aereo durante i terribili voli della morte. Abbiamo resistito fino al 1980 quando siamo arrivati in Italia dopo un viaggio in nave. Avevo 23 anni, un figlio di 11 mesi e una figlia di 4 anni. Siamo scappati ma non volevamo sentirci delle vittime, eravamo molto coinvolti sulla mancata libertà e sul terrore che il regime imponeva alla popolazione. Andammo a vivere a Vigevano.
Cosa fai qui, lontana da tutti e tutto?
Anch’io me lo chiedo ogni tanto! Qui posso avere uno studio che non potrei permettermi a Milano ma posso godermi una concentrazione assoluta, il silenzio e ritmi più umani. All’inizio pensavo che l’essere così isolata sarebbe stato un impedimento per lo sviluppo del mio lavoro. Ma già nel 2000 lavoravo per lo più all’estero, dunque non ha fatto molta differenza. Naturalmente viaggio tanto perché ho bisogno di vedere il mondo.
La tua arte si intreccia con il percorso della tua vita, piena di simboli e riferimenti tra tenerezza e amore, ma anche dolore.
E’ vero. Mi ricordo che quando è tornata la democrazia in Argentina, nel 1984 ho avuto la possibilità di parlare con mio zio, Gregorio Levenson che è stato molto importante per me. Lui mi ha raccontato le storie dei miei nonni russi emigrati in Argentina nel 1905 dopo aver partecipato ai primi sollevamenti contro gli zar e che erano arrivati a Buenos Aires cercando un posto più tranquillo dove vivere e crescere i loro figli. Ho realizzato allora che quel viaggio iniziato in Russia non si era mai fermato.
Un’altra zia, Raquel Levenson, nel 1937 era andata in Spagna per lottare contro Franco ma con la sconfitta dei repubblicani spagnoli finì nella URSS dove poi è nato suo figlio. E’ stato in quel momento, ascoltando quei racconti, che ho sentito la necessità di iniziare un lavoro che mi facesse riflettere e capire ciò che era attorno a me.
Non ero interessata all’astrazione o al paesaggio ma ai miei sentimenti, alle esperienze che costellano il percorso di ciascuno cercando di rappresentarne l’intensità delle mie emozioni e della storia delle mie origini.
Pubblicato il 16/11/2024
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