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Dentrocasa | Matteo Massagrande

Matteo Massagrande e le stanze delle emozioni. Spazi abbandonati sfiorati dalla seduzione del tempo

Articolo di Gianbattista Bonazzoli

Matteo Massagrande, padovano, tra i maggiori rappresentanti della nuova figurazione italiana, è pittore e incisore, nonché profondo conoscitore della storia deIl’arte antica e contemporanea. La sua pittura viene definita Realismo filosofico.

Matteo Massagrande, ha fatto tesoro dei ricordi della sua infanzia, in primis delle stanze della grande villa in cui ha abitato da bambino. E la nostra intervista parte proprio da lì.

L’amore per l’arte risale alla tenera  età e, nel corso degli anni, questa passione è cresciuta anche grazie allo studio dei grandi maestri del passato.  Può raccontarci cosa I’ha colpito e quali tracce dei grandi capolavori possiamo cogliere nei suoi dipinti?

“La passione nell’infanzia è un concetto sconosciuto. Osservavo con una curiosità, probabilmente fuori dal comune, luoghi e ambienti che per altri miei coetanei erano assolutamente insignificanti. Entravo in un’altra dimensione e vivevo una specie di vita parallela a quella domestica acui tutti noi eravamo abituati. Questa che oggi chiamo emozione divenne una certezza quando visitai con mio padre per la prima volta il Museo Civico della mia città. Non ricordo le parole, ma sicuramente il pensiero si. Questa è casa mia. Tutto era mio in quel luogo, mai visto prima, pur tuttavia familiare. A quel tempo era esposto l’intero ciclo di affreschi staccati di Tommaso da Modena sulle storie di Sant’OrsoIa. Ho osservato ogni granello d’intonaco, non sto scherzando, ogni lacerazione della pittura, ogni strato, ogni colore, ogni pennellata. Per la storia in sé non provavo interesse, ma per la visione del tutto mi sentivo felice. Da quel giorno mio padre fu costretto ad accompagnarmi almeno settimanalmente in quel luogo e già di questo gli sarò sempre grato. Il mio vedere il mondo in un certo modo ha trovato nel museo il metodo per raccontarlo. Nelle mie opere più che tracce di grandi capolavori (anche perché non sono un citazionista) si può scorgere il rispetto del tempo, il culto del colore, la ricerca della composizione e la sapienza tecnica dei grandi maestri. Dapprima ovviamente ho studiato i Maestri Veneti, successivamente la pittura italiana, poi quella fiamminga e il dialogo tra queste due.

Le sue opere non traggono spunto da alcuna fotografia. Come nasce allora un suo dipinto? Da quali suggestioni parte?

“La fotografia è un supporto visivo molto importante, ormai da più di cento anni per gli artisti. Ma immaginare di ridipingere una fotografia è un‘operazione sterile che non mi interessa. Il punto di partenza per me è sempre compositivo. Una ricerca di forme in armonia le une con le altre. Do più importanza a questo che al soggetto stesso. Questo vale per dipingere interni, nature morte, ritratti o paesaggi. Mi consente di ottenere un equilibrio tra luci, colori, forme e volumi che formano la visione. È un processo lento e graduale, meditato nella progettazione. Sono più spedito nella stesura pittorica. La pittura per me è un elemento vivo e va sempre nutrita con ricerche e approfondimenti tecnici, che a volte durano anche anni, nel mio caso, dei quali però non posso fare a meno”.

L’ammirazione e il rispetto per la tradizione sono alla base del suo lavoro. Come colloca la sua pratica artistica all’interno di un panorama contemporaneo che spesso predilige linguaggi tutt’altro che tradizionali?

“Tengo a precisare che provo un grande interesse per ogni forma di pittura e di espressione artistica, di tutte le epoche, comprese le correnti contemporanee, anche le più audaci.  Continuo a studiare e ad incuriosirmi, più di prima. Sono convinto più che mai che le distinzioni non vadano fatte tra i linguaggi, ma tra la qualità delle opere. Dove collocare la mia pittura non spetta a me stabilirlo, è il compito degli studiosi, storici e critici d’arte. Io beato dipingo”.

Pubblicato il 15/02/2024

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